139 [COL 1] Egli in forma di palla insieme unisce,
Questa volando verso, onde esce il Sole
Fra l'ugne porta, & sopra l'ara giunta
Del suo del Tempio, ivi la sacra, e pone,
Meravigliosa à chi la mira appare,
Tanta vaghezza ha in se, tanta beltade
Con gratia, e dignitade in un congiunta.
Prima è di quel color, ch'à l'aureo Sole
Il Melagran sopra la verde pianta
Maturo ben ne i suoi rubini asconde
E qual ci mostra per gli aprici campi
Il papaver minore al novo giorno
De'fiori suoi ne le purpuree foglie,
Pinto ha di tal color gli omeri, il petto,
Il capo, il collo, e l'onorato tergo,
Dal qual si vede la dorata gonna
Stendersi adorna di purpuree macchie,
Tra le cui penne un color tal'è misto,
Che d'un vago splendor sopra la veste,
Qual'alta nebbia opposta al febeo raggio
La Nunzia di Giunon dipinger suole,
E di verde color lucido mista,
Con eburneo candor verso la cima
In debita misura, onde finisce.
Le rilucono poi qual due Giacinti
Gli occhi nel capo illustri, aperti, e belli,
Nel mezo à i quai, lucida fiamma splende.
Sotto l'alta di piume ampia corona,
Ch'egualmente il bel capo adorna, e copre,
Ambi i piedi le veste à spesse squame
Sin'à l'ugne vermiglie, aurata pelle
Tra l'augel di Giunone, e quel, ch'à i lidi
Fasidi, altier di più prestante forma
Si vede. & sua statura onesta, e vaga
è tal, che di grandezza ogn'altra avanza,
Che produr la Felice Arabia suole,
Nè però tarda, come gli altri augelli,
Cui rende lor grandezza al volo pigri,
Ma leggiera, e veloce, e tutta piena
Di regal maestade a' riguardanti
[COL 2] Grato, e ben di se degno aspetto prego.
Corre à tanto spettacolo l'Egitto
Nel suo passaggio, e sì gentil'augello,
Com'unico miracol di Natura
Con varie lodi salutando onora,
Indi l'effigie sua ne i bianchi marmi,
A ciò sacrati ogn'un forma, e scolpisce,
E con titolo novo un'altra volta
De l'istoria, e del dì fa chiara nota,
Così partendo le fan cerchio intorno
Quante produsse mai l'alma Natura
Specie d'augelli, Et han per mirar lei
Da rapina, e timor lontano il core.
Onde da tanti augelli in compagnia
Lieta per l'aere immenso alteramente
L'ale aperte movendo, alto se'n vola,
E la gran turba in riverente modo
Seco le van con cor lieto, e gioconda.
Ma poi ch'è giunto al fine à l'auree note
Del suo più puro, e più purgato Cielo,
Partono gli altri tutti, emuli ogn'uno
Di tanta sorte, & ella entra, e s'asconde
Ne le primiere sue felici stanze.
Quest'animal di sì rara aventura,
Cui nascer di se stesso, il Ciel concesse,
Femina, ò maschio, ò ne quel sia, né questo
Ben si puote chiamar'à pien felice,
Felice, poi che fuor libero vive
De le leggi d'Amor crudeli, e dure,
La morte è l'amor suo, sol ne la morte
Sente unico diletto, e così prima,
Per rinascer da poi brama la morte,
Esse è solo à se stesso e padre, e figlio
Di tutto l'aver suo perpetuo erede,
Solo di se nutrice, è sempre alcuno, (so,
Poi che il medesmo [sic] è sempre, e non listes
Cangiando col morir se stesso, e sempre
Vivendo di sua morte eterna vita.

[Et]

 

 

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