138 GIOVAN MARIO VERDEZOTTI.
[COL 1]QUESTA,
finito di mill'anni il corso,
E già dal lungo spatio stanca resa
Per riparar l'afflitta etate, astretta
Dal tempo ingordo, abbandonando viene
Del consueto bosco il dolce nido,
E quando per desio d'un'altra volta
Nascer, si parte, da que'luoghi santi,
Vien sotto questo Cielo, ù'morte alberga
E d'anni carca verso la Soria,
Che da lei di Fenicia il nome prese,
Veloce drizza il fortunato volo,
E per luoghi deserti, ove non passa
Vivente alcun, tra i più riposti alberghi
D'un'altra selva si nasconde, e cela.
Indi tra mille piante al Ciel sorgenti
Solo s'elegge la sublime Palma,
Che già per lei Fenice ancor si chiama;
Perche né d'animal d'acuto dente
Giamai patisce, ò di lubrico serpe
Morso, ò di rostro di nocivo augello.
Allor ne le spelonche Eolo chiude
I venti, accioche l'importuno fiato
L'aere non turbi e'l Ciel purpureo e chiaro;
ò perche nebbia da Noto raccolta.
Per gli spatii del Ciel, togliendo i raggi
Del Sol, non faccia offesa al sacro augello.
I vi forma il suo nido, ò'l suo sepolchro,
Da ch'ei ne more, onde ne viva poi.
E pur solo da se creato nasce.
Poscia diversi odori, e suchi accoglie,
Di che abbondante, e ricce è l'alta selva,
E di quanti il gran mondo à noi produce.
Così di Cinnamomo, anco e d'Amomo,
Che di lontan'aura odorata aspira,
Di Balsamo, di Casia, Acanto, Nardo,
Mirra, e d'Incenso ampia raccolta face
Sopra il felice suo novello albergo
Dove di cose tai parte si pasce,
Parte ne va t essendo il caro nido,
In cui lieta ripone il corpo stanco,
Perche ne moia in breve. Onde s'avvivi.
Indi col rostro de i raccolti umori
Ogni suo membro d ognintorno sparge
Per viver tal dopo l esequie sue,
[COL 2] Così tra varii odor l'alma accomanda;
Nè per depor cosi gradito pegno
Hanel nido fedel men certa fede.
Suo corpo in tanto omai di vita privo
Damorte, ch'è del suo viver cagione
Tutto s'accende dal calor vitale,
Che per natura sua brama, e desia
Di convertirsi in fiamma, onde lontano
Dal gran lume del Sol concetto il foco
Ardendo, tosto in cener si risolve.
E sì morendo le ceneri sue
Per natural potenza in un raduna,
Onde tal massa di materia tale
Di semi effetto in se chiude, e nasconde,
Perche, coem vien detto, indi rinasce
Pargoletto animal, qual latte bianco,
Che in se ritien di verme aspetto, e forma.
E'n certo spatio poi divien sì grande,
Che rispetto à qual fu, può dirsi immenso,
E d'ovo mostra altrui giusta sembianza.
Indi già rotte quest'ultime spoglie.
Passando in altra forma, in un riprende
L'antica, natural, propria figura:
Così torna Fenice in quella guisa,
Che suol'il Pipiglion mentre lasciando
Le vecchie spoglie à sasso, ò tronco apprese
Si mostra altrui sott'altra piuma, ò velo.
Ma non essendo al già rinato augello
Cibo opportuno sotto à questo clima
Nè alcun, che di cibarla aggia la cura,
Di Nettare, il celeste pargoletto
La rugiadosa Ambrosia gusta, e pasce,
Che da le stelle ogn'or sopra li cade,
Questa raccoglie, e'n mezo à questi odori
L'augel prende alimento, insino [sic] à tanto,
Ch'à piu matura effigie entrando viene.
Ma poi che de la prima giovinezza
Sù'l fior si sente, à le novelle piume
Per tornar vola à le sue prime stanze,
Ben pria nasconde le reliquie tante
Del vecchio corpo infra gl'incensi, e l'altre
In un ristretto dal passato fuoco,
Odorifere piante ivi raccolte,
Che col pietoso rostro à quelle intorno
[Egli]

 

 

Link an image of this page
[Click on image for full page view]