82 [col 1] Dico, che come arriva in su la sponda
Del fiume, quel prodigio vecchio scote
Il lembo pieno, e ne la torbid'onda
Tutte lascia cader l'impresse note.
Un numer senza fin se ne profonda,
Ch'un minim'uso aver non se ne puote,
E di cento migliaia, che l'arena
Sù'l fondo involve,un se ne salva à pena.

Lungo, e d'intorno à quel fiume volando
Giuano Corvi, & avidi Avoltori,
Mulacchie e varii augelli, che gridando
Facean discorsi estrepiti, e romori,
Et à la preda correan tutti, quando
Sparger vedean gli amplissimi tesori.
E chi nel becco, e chi ne l'ugni torta
Ne prende ma lontan poco li porta.

Come vogliono alzar per l'aria i voli,
Non han poi forza , che'l peso sostegna,
Sì, che convien, che Lete pur'involi
De'ricchi nomi la memoria degna.
Fra tanti augelli son duo CIGNI soli,
BianchiSignor [sic], com'è la vostra insegna,
Che vengon lieti, riportando in bocca
Sicuramente il nome, che lor tocca.

Così contra i pensieri empi e maligni
Del Vecchio, che donar vorriagli al fiu[-me]
Alcun ne salvan li augelli benigni,
Tutto l'avanzo oblivion consume.
Or se ne van notando i sacri Cigni,
Et or per l'aria battendo le piume
Fin che presso a la riva del fium'è pio (pio.
Trovano un colle, e sopra il colle un Tem-

à l'Immortalitade il loco è sacro,
Ov'una bella Ninfa giù del colte
Vien'à la riva del Leteo lavacro
E di bocca de' Cigni i nomi tolle,
E quelli affigge intorno al simulacro,
Che in mezo il Tempio una colonna estolle,
Quivi li sacra, e ne fa tal governo
Che vi si pon veder tutti in eterno.
[col 2]Che sia quel Vecchio, e perche tutti al Rio
Senz'alcun frutto i bei nomi dispensi,
E de gli augelli, e di quel luogo pio,
Onde la bella Ninfa al fiume viensi,
Aveva Astolfo di saper disio
I gran misterii, e gl'incogniti sensi,
E domando di tutte queste cose
L'huomo di Dio, che così gli rispose:

Tu dei saper, che non si move fronda
Li giù che segno quì non se ne faccia,
Ogni effetto convien, che corrisponda
In Terra, e in Ciel, ma con diversa faccia
Quel Vecchio, la cui barba il petto inon[da]
Veloce si, che mai nulla l'impaccia,
Gli effetti pari, e la medesim'opra.
Che'l tempo fa la giù, fa quì di sopra.

Volte che son le fila in sù la rota,
La giù la vita umana arriva al fine,
La fama là, quì ne riman la nota,
Ch'immortali sarien'ambe e divine,
Se non che quì quel da l'irsuta gota,
E la giù il Tempo ogn'or ne fa rapine;
Questi le getta, come vedi, al Rio,
E quel l'immerge ne l'eterno oblio.

E come quà sù i Corvi, e gli Avoltori,
E le Mulachhie, e gli altri varii augelli,
S'affatticano tutti per trar fuori
De l'acqua i nomi, che veggion più belli;
Così la giù ruffiani, adulatori
Buffon, Cinedi, accusatori, e quelli,
Che vivono à le Corti, e che vi sono
Più grati, assai, chel virtuoso, e'l buono.

E son chiamati cortegian gentili,
Perche sanno imitar l'asino, e'l ciacco,
De'lor signor, tratto che n'abbi i fili
agi usta [sic] Parca,anzi Venere, e Bacco,
Questi,di ch'io ti dico inertie e vili,
Nati solo ad empir di cibo il sacco,
Portano in bocca qualche giorno il no[-me]
Poi ne l'oblio lascian cader le some.
[Ma co-]

 

 

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