stare l'olio, ò il liquore da tenerla accesa, non nelle ampolle. Et, se quel li-
quore era perpetuamente durabile, non conveniva tenervene dell'altro in
conserva, per rifondere, ò aggiungere alla lucerna, quando mancava il pri-
mo, come facciamo noi dell'olio alle nostre. Poi è da credere, che coloro, i
qual trovaron quei vasi così sepolti, n'avesser fatta esperienza, se quel liquo-
re fosse da mantenere il lume perpetuo. Et avendola fatta, se fosse riuscita ve-
ra, si saria divolgata, & i Signori Venetiani, padroni di Padoa, i Dottori di
quel gran Collegio, i cittadini di quella Città, & anco il Papa, & gli altri Prin-
cipi ne averebbono avuta certezza, & finalmente sarebbe ancor'oggi in essere',
& noto,& publico al mondo. Et questo medesimo Autor del detto libro, il
quale scrive di tali ampolle, non averebbe avuto à parlare per Creditur ,
come ha fatto, dicendo, Quarum virtute creditur per multos annos lucernam hanc
arsisse
. Ma averebbe detto affermativamente della esperienza, che se ne fosse
fatta. Oltre à ciò, quello che più importa, è, che quel Massimo Olibio filoso-
fo, il quale avea sepelite quelle ampolle, & quel lume, n'averebbe con quei
versi suoi fatta qualche mention chiara, se tal liquore fosse stato per conservar
quel lume sempre acceso. Là ove si vede, che à prender quelle sue parole così
nelle scorza, vengono ad aver poco saggia intentione, senza che tutte quelle
parole d'ambedue le urne verrebbono as esser freddissime, & quasi fuor di
proposito in quella intenione di consacrar tal lume à Plutone. Et però è da
creder fermamente, che quel nobilissimo ingegno, il quale avea saputo far così
maravigliosa cosa, com'era quel lume, avesse molto più profondo pensiero in
quei versi, che di consagrar'ad un Dio vano le sue fatiche. Ma che certamente
quel liquore fosse per far la trasmutatione de'metalli in argento, & oro, che
quel gran'huomo devea già aver condotto à felice fine con molte fatiche.
Et questo è che disse. Elementa gravi clausit digesta labore . Sapendosi, che tutti i
migliori di quei filosofi, che scrivono di tal tramutatione, affermano, conve-
nirsi nella medicina far la purificatione de gli elementi, prima separati dal lor
composto,& poi riuniti.Et, avendo egli fatta la medicina per ambedue i cor-
pi perfetti, cioè oro, & argento, volse forse darne segno con metter l'una in am
polla d'argento, l'altra d'oro, come colui scrive, che erano. Et vedesi, che egli
avendoli così sepeliti, volse ancora accennare à gl'intendenti, che cosa vi con-
venisse per metterlo in opera, che era il solo fuoco, & però ve lo pose quivi
con esse. Et per aventura un'ingegno così sublime, come doveva esser quello,
avea saputo acommodar lo stesso liquore ò medicina, ad ardere senza consu-
marsi, sapendosi che à tal medicina per transformare i metalli, conviene esser
fissa stabilmente contra ogni violenza di fuoco. ò forse, che il liquore del lu-
me era diverso da quello da far'oro,& argento,& colui gli avea saputi fare am
bedue.Et però lo dice dono sacrato à Plutone, cioè alle richezze, delle quali fa
voleggiarono, che Plutone fosse Dio,& Però ancora gli dice,
Adsit secundo custos sibi copia cornu.
Ne pretium tanti depereat Laticis,

CHE chi ben considera, in proposito di lume non averebbono alcun si-
gnificato. Et disse parimente,
Ignotum est vobis hoc, quod in urna latet. Se pur così egli scrisse, essendo
il verso falso di sillaba nella parola Urna.

 

 

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