81 ogni giorno ò se le facesse leggere & cantar da altri, poi che elle in sostanza ri / cordano all'huomo viver diversissimamente dalle bestie, di viver come un / Dio terreno sopra gli altri huomini, amato, ammirato, & riverito, di vivere in / quelle parti, ov'egli non arrivi, ò non vada mai col suo corpo, & in quell'orec / chie, in quelle lingue, in quegli occhi, &in quelli animi, che non l'abbian ve / duto, nè udito mai, & finalmente di viver doppo la morte, & eternamente. / Avendo dunque l'Ariosto narrato com essendo Astolfo in Cielo, gui / dato da S. Giovanni Evangelista, & andando vedendo tutte le cose notabili, / che quivi erano, ò si facevano, arrivò ad un palagio sù la riva del fiume Le- / teo. Il qual fiume è quello, che passa poi per l'inferno, & toglie, ò consuma la / memoria di tutte le cose, che in esso si bagnano. Del qual palagio dice. / [col 1] Ch'ogni sua stanza avea piena di velli / Di lin, di seta, di coton, di lana / Tinti in varii colori, e brutti, e belli. / Nel primo chiostro una femina cana / Fili à un naspo traea da tutti quelli, / Come veggiam l'estate la villana / Traer da bachi le bagnate spoglie, / Quando la nova seta si raccoglie. / / Vi è che finito un vello, rimettendo (de. / Ne vien'un'altro, e chi ne porta altro / Un'altra, de le fila va scegliendo / Il bel dal brutto, che quella confonde. / [col 2]Che lavor si fa qui? ch'io non l'intendo, / Dice à Giovani Astolfo.e quel risponde: / Le vecchie son le Parche, che con tali / Stami, filano vite à voi mortali. / Quanto dura un de'velli, tanto dura / / L'umana vita, e non di piu un momento / Qui tien l'occhio la Morte, e la Natura, / Per saper l'ora, ch'un debba esser spen[-to] / sceglier le belle fila ha l'altra cura, / Perche si tesson poi per ornamento / Del Paradiso. E de' più brutti stami / Si fan per li dannati, aspri legami. / / Dopo la qual dichiaratione di San Govanni, segue di narrar'il Poeta: / [col 1] Di tutti i veli, ch'aranno gia messi / In naspo, e scelti à farne altro lavoro, / Erano in brevi piastre i nomi impressi, / Altri di ferro, altri d'argento, ò d'oro. / E poi fatti n'avean cumuli spessi, / De' quali (senza mai farvi ristoro) / [col 2] Portarne via non si vedea mai stanco / Un Vecchio, e ritornar sempre peranco. / / Era quel Vecchio sì spedito, e snello, / Che per correr parea che fosse nato, / E da quel monte il lembo del mantello / Portava pien del nome altrui segnato. / / Et quì facendo l'Ariosto fine à quel Canto, ritorna poi à ripigliar la narra / tione nella prima carta, dell'altro, ove, dopo una sua solita digressione, sog- / giunge, / [col 1] Cosi venia l'imitator di Cristo / Ragionando col Duca. E poi che tutte / Le stanza del gran loco ebbono visto, / Onde l'umane vite eran condutte, / Sul'fiume usciro che d'arena misto, / Con l'onde discorrea torbide e brutte, / E vi trovar quel Vecchio in sù la riva, / Che con gl'impressi nomi vi veniva. / [col 2] Non so se vi ricorda, io dico quello, / C'al fin de l'altro Canto vi lasciai, / Vecchio di faccia, e sì di membra snello, / Che d'ogni Cervo è più veloce assai, / De gli altrui nomi egli s'empia il mantel / Scemava il monte, e non finiva mai, (lo, / Et in quel fiume, che Lete si noma, / Scarcava, anzi perdea la ricca soma. / [Dico]

 

 

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