della natura, & proprietà di quel fuoco, che era perpetuo, & inestinguibile secon- / do il Giovio. Et ho detto, Secondo il Giovio, percioche in effetto io non tro- / vo, che così scrivano gli Autori, ma bene, che le ceneri in quell'altare erano / immobili al soffiar de i venti da tutti i lati, sì come può trarsi da Plinio, nel se- / condo libro, al ventesimo secondo Capitolo, di cui le parole stesse son queste: / IN Laciniae lunonis ara, sub dio sita, cinerem immobilem esse, flantibus undique / procellis . Nè altro quivi ne dice, nè ancora altrove. Et Valerio Massimo / nel primo libro dice pur'il medesimo con queste parole, parlando de' mi- / racoli: / AUT quapropter Crotone in templo Iunonis Laciniae aram ad omnes ventos im / mobili cinere donaverit potissimum . / Et oltre à ciò, poi che si è toccato del fuoco inestinguibile, à me non pare di / lasciar'indietro il discorrerne brevemente alcune cose, da non essere se non ca- / re à gli studiosi. / CORRE oggi per le menti, & per le lingue di moltissimi, non solo vol- / gari, ò indotti, ma ancora dottissimi huomini, una ferma opinione, che gli / antichi facessero una sorte di fuoco, ò di lume perpetuo, il quale con voce / Greca chiamano Asbeston, & Aidion, ò Aennaon , cioè inestinto, ò inestin- / guibile, & perpetuo. Di che veramente non so d aver trovata testimo- / nianza degna di molta fede. Ma ben so, che primieramente nella santa / Bibia del Levitico, al VI. Capitolo abbiamo queste parole, dette da DIO / à Moise: / IGNIS autem in altari semper ardebit, quem nutriet sacerdus, subiiciens ligna / mane per singulos dies . Et soggiunge: / IGNIS est iste perpetuus, qui nunquam deficiet in altari . / ET il medesimo si ha, che faceano i sacerdoti in custodir le lucerne accese. / Il qual ufficio era da Dio assegnato particolarmente ad Eleazar figliuolo di / Aron. ABBIAMO similmente, che Plutarco nella vita di Numa Pompi- / lio fa mentione, che in Roma era il fuoco perpetuo. Il qual'era conservato, / ò custodito dalle vergini Vestali, nel Tempio della Dea Vesta, & che similmen- / te in Atene nel Tempio di Minerva, & in Delfo nel Tempio di Apollo si tene / va un lume perpetuo, conservato non dalle vergini,ma dalle vedove. Le quai / donne, & vergini, avean cura,ò carico di star attente, che à quelle lampade non / mancasse mai nè olio nè lucigno. Onde quel fuoco, è quel lume non venisse / mai à mancare. Et soggiunge, che alcune poche volte si trovò, che tai lumi si / erano spenti, cioè in Roma, quando fu la guerra civile, & con Mitridate, & / in Atene regnando Aristione; & in Delfo, quando i popoli di Medai brucia- / ron quel Tempio. Et afferma il detto Plutarco, che in tai casi del mancar di / quel fuoco, essi non teneano per cosa lecita di riaccenderlo con altro fuoco di / questo terreno. Ma che prendevano nuovo, & puro fuoco dal Sole, con alcu- / ni vasi triangolari. Di che si ha da dir più distesamente in questo libro, poco / più basso nell'Impresa di Papa Clemente. Dalle quai parole di Plutarco si / può chiaramente trarre, che quel fuoco si chiamava inestinto, ò perpetuo, / non perche fosse inestinguibile, & perpetuo per artificio, come molti par che / credano, ma perche con la cura, & diligentia, somministrandogli si di conti- / nuo il suo nodrimento, veniva à mantenersi come perpetuo. Il qual nutri- / mento

 

 

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